La siccità in Sicilia: cambiamenti climatici o sciatteria nella gestione delle acque?

Campi aridi e bruciati dal sole, fiumi in secca, quest’anno l’emergenza siccità ha toccato livelli record.

La crisi di siccità in Sicilia ha avuto un impatto devastante sull’agricoltura, un settore fondamentale per l’economia dell’isola. Le scarse precipitazioni hanno ridotto significativamente la disponibilità di acqua per l’irrigazione, compromettendo i raccolti di prodotti tipici come olive, agrumi e ortaggi. Gli agricoltori si trovano a fronteggiare costi elevati per l’acquisto di acqua e a dover fare i conti con rese inferiori e qualità dei prodotti compromessa.

Già all’inizio di maggio il governo aveva dichiarato lo stato d’emergenza, sbloccando fondi per l’acquisto di autobotti, trivellazione di pozzi e rinnovo delle stazioni di pompaggio e desalinizzazione dell’acqua.

Secondo Coldiretti quest’anno la Sicilia dovrebbe vedere il suo raccolto di grano crollare di oltre il 50%; inoltre a causa della siccità, con forte impatto anche su alberi da frutto, vigneti e uliveti, i danni sono stimati in oltre 2,7 miliardi di euro. Con il caldo e i terreni secchi a luglio sono inoltre andati persi 5.800 ettari di terreni agricoli a causa degli incendi. A causa della siccità, inoltre, circa 2 dei 5 milioni di abitanti della Sicilia sta subendo razionamenti dell’acqua. Complessivamente 6 bacini su 29 non hanno più acqua utilizzabile.

Le conseguenze economiche sono gravi, con perdite significative per le aziende agricole. È urgente implementare politiche di gestione sostenibile delle risorse idriche, investire in tecnologie di irrigazione più efficienti e promuovere pratiche agricole resilienti per affrontare questa emergenza In Sicilia, i bacini idrici sono fondamentali per la gestione delle risorse idriche e l’irrigazione.

Questi bacini sono cruciali per affrontare le sfide legate alla scarsità d’acqua, soprattutto durante i mesi estivi.

Fra dighe e invasi in Sicilia se ne contano 53 e solo 26 sono in uso.   

Il dissalatore di Gela è un impianto strategico situato nella provincia di Caltanissetta, in Sicilia. È stato progettato per affrontare la crisi idrica della regione, convertendo l’acqua di mare in acqua potabile attraverso un processo di dissalazione. Il dissalatore contribuisce a rifornire le comunità locali e le attività agricole, migliorando la disponibilità di acqua e sostenendo lo sviluppo economico della zona. Tuttavia, È stato dismesso definitivamente nel 2012, ma la Regione continua a pagare una rata salatissima – è il caso di dirlo – da 10,5 milioni di euro l’anno per un dissalatore che è ormai ridotto a un ferro vecchio. È il caso paradossale dell’impianto di Gela, che nella Sicilia della grande sete è stato individuato, insieme a Porto Empedocle e Trapani, con uno dei grandi dissalatori che potrebbero essere ripristinati per servire una delle aree più colpite della siccità come le province di Caltanissetta.

Il tutto è riconducibile alla vecchia gestione e ad una serie di conteziosi.

Ma una opera strategica d’interesse nazionale, può perdersi nei paradossi della burocrazia giudiziaria?

Strutture strategiche come le raffinerie, infrastrutture militari, ospedali e centrali energetiche sono vitali per una Nazione, non possono seguire l’ordinaria amministrazione (sempre se sia ordinaria dissipare 10 anni in contenziosi), sia i dissalatori che i bacini idrici ma anche la gestione delle acque dovrebbero essere di competenza nazionale.     

A cura di David Filippo Anastasi


Scopri di più da Il Tirrenico - Events, food, wine.

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi

Torna in alto